Un negozio di telefonia inaugurato a fine luglio preso di mira nel cuore della notte. Due biciclette che, secondo la denuncia di un genitore, sarebbero state rubate nell’arco di una settimana davanti al liceo Braucci. E poi una piazzetta, quella nei pressi del Santuario di Campiglione, sulla quale da tempo arrivano segnalazioni di cittadini per la presenza, anche in tarda serata, di gruppi di giovanissimi, schiamazzi e una movida spesso difficile da conciliare con il diritto al riposo dei residenti.

Sono episodi differenti, che non possono essere automaticamente collegati tra loro e che non consentono da soli di tracciare statistiche sulla criminalità cittadina. Ma messi uno accanto all’altro pongono una domanda che a Caivano, proprio per la storia recente della città, non può essere liquidata come una semplice questione di ordine pubblico: che cosa sta accadendo alla sicurezza della quotidianità e, soprattutto, ai suoi ragazzi?

Nella notte tra il 20 e il 21 settembre, intorno alle 3.16-3.17, quattro persone arrivate a bordo di un’auto nera avrebbero tentato di introdursi in un negozio di telefonia all’inizio di via Clanio, a pochi passi dal Santuario di Campiglione.

L’attività aveva aperto appena il 29 luglio. Dietro quella serranda c’è quindi l’investimento di un piccolo imprenditore che ha deciso di scommettere su Caivano.

«Chiedo alle istituzioni di darci una mano per migliorare questo paese. Sappiamo che le amministrazioni stanno facendo tanto, ma evidentemente non basta ancora. Abbiamo bisogno di maggiore sicurezza e di controlli più incisivi, affinché chi investe a Caivano possa continuare a lavorare serenamente».

E aggiunge: «Io sono un piccolo imprenditore. Ogni furto rappresenta una perdita enorme e, se dovessi subire danni importanti, rischierei di essere costretto a chiudere. Vogliamo soltanto lavorare e restare aperti».

Il video dell’episodio è stato rilanciato sui social anche dall’onorevole Francesco Emilio Borrelli.

Ma basta spostarsi verso un’altra zona della città perché emerga una seconda storia.

Davanti al liceo Braucci, secondo quanto denunciato da un genitore, due biciclette appartenenti agli studenti sarebbero state rubate nell’arco di appena una settimana.

Anche qui la questione supera il semplice valore economico del mezzo. Quei ragazzi hanno scelto la bicicletta per andare a scuola: un mezzo autonomo, economico e sostenibile. La richiesta delle famiglie è semplice: maggiore controllo e, possibilmente, uno spazio protetto nel quale gli studenti possano lasciare le biciclette durante le lezioni.

Poi c’è Campiglione.

Campiglione e quella piazza che di notte cambia volto

Da tempo diversi cittadini segnalano la presenza nella piazzetta di Campiglione di numerosi giovanissimi anche in orari notturni, con schiamazzi e comportamenti che rendono difficile la convivenza con chi abita nella zona.

Non significa, naturalmente, che un adolescente che resta in strada fino a tardi sia un delinquente. Sarebbe una semplificazione ingiusta e pericolosa.

Il problema è un altro.

Quando ragazzi molto giovani trascorrono sistematicamente le ore notturne in strada, senza che sembri esserci un adeguato presidio familiare ed educativo, la domanda non dovrebbe essere soltanto «dove sono le forze dell’ordine?», ma anche «dove sono gli adulti?».

Dove sono le famiglie, la scuola, i servizi, le associazioni, le istituzioni e quella comunità educante che dovrebbe arrivare prima della strada?

La questione assume un peso ancora maggiore in un territorio nel quale la presenza dello spaccio e della criminalità organizzata non rappresenta un concetto astratto. Proprio nel giugno 2026 la Prefettura di Napoli ha inserito via Campiglione/via Lanna tra le zone a vigilanza rafforzata di Caivano, nell’ambito di un provvedimento finalizzato a potenziare i controlli nelle aree interessate da spaccio, cosiddetta malamovida, illegalità e degrado.

Ed è qui che la riflessione diventa inevitabile.

Un ragazzo lasciato solo non diventa automaticamente manovalanza criminale. Ma nei territori vulnerabili l’assenza di alternative, di controllo familiare e di riferimenti educativi può creare uno spazio che altri sono pronti a occupare. Ed è proprio quello spazio che una comunità dovrebbe impedire alla criminalità organizzata di conquistare.

Anche le nuove modalità dello spaccio, sempre meno necessariamente legate alla vecchia piazza fisica e capaci di utilizzare telefoni, messaggistica e consegne a domicilio, impongono di guardare al fenomeno giovanile con strumenti diversi dal passato.

E il Decreto Caivano?

È impossibile discutere di tutto questo senza ricordare che proprio il nome di Caivano è diventato quello di un provvedimento nazionale.

Il decreto-legge 123 del 15 settembre 2023, poi convertito nella legge 159/2023, nasce con finalità esplicite: contrastare disagio giovanile, povertà educativa e criminalità minorile, rafforzare il rispetto dell’obbligo scolastico e intervenire sulla riqualificazione del territorio di Caivano.

Tre anni dopo, sarebbe semplicistico sostenere che nulla sia cambiato. Caivano ha conosciuto interventi, investimenti, riqualificazioni e una presenza dello Stato difficilmente paragonabile a quella degli anni precedenti.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico pensare che un decreto, da solo, possa modificare dinamiche sociali costruite nel corso di decenni.

Perché riqualificare un edificio è possibile in pochi mesi. Ricostruire una comunità educante richiede anni.

Ed è probabilmente questo il punto sul quale Caivano deve interrogarsi oggi.

La microcriminalità, soprattutto quando coinvolge giovani e giovanissimi, non si combatte esclusivamente aumentando pattuglie e telecamere. Il controllo è necessario, soprattutto nelle ore e nelle zone maggiormente esposte. Ma arriva quando il problema è già visibile.

La vera partita comincia prima.

Comincia nelle famiglie, nella frequenza scolastica, nei servizi sociali, nello sport, nelle associazioni, nei luoghi di aggregazione e nella capacità degli adulti di accorgersi di un adolescente che sta prendendo una strada sbagliata prima che quel percorso diventi irreversibile.

La sicurezza della normalità

Non servono slogan e non serve neppure dipingere Caivano come una città irrimediabilmente perduta. Sarebbe falso e profondamente ingiusto nei confronti delle migliaia di persone che ogni giorno lavorano, studiano, aprono negozi e provano a costruire qui il proprio futuro.

Ma proprio per rispetto verso questa parte della città non bisogna normalizzare ciò che normale non è.

Non dovrebbe essere normale aprire un negozio e temere di perderlo per un furto.

Non dovrebbe essere normale che uno studente debba chiedersi se ritroverà la propria bicicletta all’uscita da scuola.

E non dovrebbe diventare normale vedere ragazzini trascorrere abitualmente la notte in strada e limitarsi a considerarli soltanto un problema di schiamazzi.

Perché dietro il rumore di una piazza può esserci semplicemente un gruppo di adolescenti che vuole stare insieme. Ma può esserci anche disagio, assenza di regole, dispersione educativa e vulnerabilità.

Ed è proprio lì che lo Stato e la comunità devono arrivare prima.

Il Decreto Caivano ha portato lo Stato dentro Caivano. La sfida, adesso, è fare in modo che lo Stato, le famiglie e la comunità riescano ad arrivare anche dove nessuna telecamera può arrivare: nella quotidianità dei ragazzi.

Perché una città non è davvero più sicura soltanto quando arresta chi delinque. Lo diventa quando riesce a evitare che un adolescente trovi nella strada e nella criminalità l’unica risposta possibile al proprio futuro.

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