Ci sono infanzie che si ricordano attraverso fotografie, compleanni, giochi e domeniche trascorse in famiglia. E ce ne sono altre nelle quali la memoria conserva soprattutto rumori, odori, parole, porte chiuse e quella capacità quasi istintiva dei bambini di capire, prima ancora che accada qualcosa, quando sta per arrivare una tempesta.
È dentro questa seconda dimensione che conduce L’Affetto Collaterale di Anna Barbato ad un’autobiografia che sceglie di non addolcire il passato e di raccontarlo attraverso lo sguardo di chi quel passato lo ha vissuto prima da bambina e poi ha dovuto imparare, da adulta, a interpretarlo.
Il punto di partenza è Secondigliano. Non quella raccontata attraverso le immagini stereotipate della periferia napoletana, ma quella osservata dal basso, dall’altezza di una bambina che cresce tra case popolari, difficoltà economiche, degrado, violenza e codici sociali che finiscono inevitabilmente per entrare nella vita familiare.
La protagonista, Anita, nasce e cresce sentendosi diversa. L’emiparesi sinistra e il piede equino diventano molto presto non soltanto una condizione fisica, ma una lente attraverso la quale impara a guardare sé stessa. Gli altri bambini corrono, lei fatica. Gli altri sembrano appartenere naturalmente al mondo, lei deve continuamente conquistarsi uno spazio.
E così la diversità smette di riguardare soltanto il corpo e diventa una condizione interiore.
Nel racconto dell’infanzia emerge con forza anche il rapporto con il padre. Una figura che dovrebbe rappresentare protezione e che invece viene associata alla paura, al gioco d’azzardo, alle aggressioni verbali, alla sopraffazione e alle tensioni domestiche. Eppure il libro evita una semplificazione forse più comoda: quella di trasformare ogni personaggio in vittima o carnefice senza contraddizioni.
Per una bambina un padre può fare paura e continuare, nello stesso momento, a essere il proprio padre. Si può desiderare che la violenza finisca e avere comunque bisogno del suo amore. È proprio dentro queste contraddizioni che comincia ad assumere significato il titolo del libro.
L’“affetto collaterale” è l’amore che lascia ferite insieme alle carezze, il legame che dovrebbe nutrire e invece può diventare un peso. È la conseguenza emotiva di relazioni dalle quali non sempre è possibile semplicemente allontanarsi.
Accanto al padre c’è una madre fragile, descritta attraverso le contraddizioni di una donna incapace, in molti momenti, di offrire alla figlia quella sicurezza di cui avrebbe bisogno. Anche qui lo sguardo dell’autrice non è quello distaccato di chi ricostruisce semplicemente una biografia familiare: è ancora quello della bambina costretta a comprendere dinamiche troppo grandi per la propria età.
Dentro una realtà così complessa compare però una figura capace di offrire un’altra forma di affetto: nonna Gaetanina. Imperfetta, ironica, popolare, profondamente concreta. È una delle presenze più vive delle prime pagine, capace di proteggere la nipote persino attraverso gesti e parole lontanissimi da qualsiasi idea convenzionale di tenerezza.
Ed è proprio questa alternanza tra dolore e piccoli rifugi emotivi a impedire al libro di trasformarsi in un’ininterrotta enumerazione di sofferenze.
C’è anche molta Napoli…
C’è il dialetto, utilizzato non come elemento ornamentale ma come lingua della memoria. Ci sono il ragù della domenica, le processioni, la pizza fritta, Maradona, le palazzine popolari, i bambini nei cortili, le donne affacciate ai balconi. E accanto alla dimensione familiare prende forma il ritratto sociale di una periferia nella quale degrado, marginalità e criminalità convivono con rituali domestici, solidarietà e normalità.
È forse uno degli aspetti più interessanti dell’opera: la storia individuale finisce per diventare anche racconto di un ambiente. Ma nella vita di Anita esiste molto presto una via di fuga.
La scrittura…
Prima ancora di diventare adulta, la protagonista comprende che le parole possono costruire uno spazio nel quale rifugiarsi. Il diario chiamato significativamente “Speranza” diventa una sorta di sorella immaginaria: il luogo al quale affidare pensieri, poesie, paure ed emozioni impossibili da pronunciare davanti agli altri.
Scrivere significa esistere quando ci si sente invisibili.
Ed è qui che l’autobiografia compie uno dei suoi passaggi più significativi. Il libro che il lettore tiene tra le mani appare quasi come l’evoluzione adulta di quel primo diario: ciò che un tempo veniva affidato segretamente alle pagine di Speranza viene ora consegnato agli altri.
Non per esibire il dolore, ma per attribuirgli un significato.
L’Affetto Collaterale affronta infatti anche una domanda più ampia: che cosa accade alla bambina ferita quando diventa adulta?
Crescere non cancella automaticamente ciò che è accaduto. Le esperienze dell’infanzia possono modificare il modo di percepire l’amore, il corpo, l’abbandono, la paura e persino la propria identità. Alcune relazioni finiscono allora per riaprire ferite che sembravano chiuse, riproducendo dinamiche emotive conosciute molto tempo prima.
Il vero viaggio raccontato dal libro non consiste quindi soltanto nell’uscire fisicamente da Secondigliano o nel superare gli ostacoli incontrati durante l’infanzia. È molto più difficile: significa uscire dalla rappresentazione di sé costruita attraverso gli occhi degli altri.
La bambina derisa perché diversa. Quella che si nasconde. Quella che pensa di non essere abbastanza. Quella che osserva gli adulti e cerca di prevederne le reazioni per sentirsi al sicuro.
È lei che continua a riaffiorare.
Per questo il perdono assume un significato particolare. Nelle pagine iniziali compare una dedica al padre composta da pochissime parole: «Babbo, ti perdono». Ma subito dopo arriva la spiegazione fondamentale: il perdono serve a liberarsi da una gabbia invisibile.
Non è dunque la cancellazione di ciò che è avvenuto e neppure la sua giustificazione.
È una scelta di libertà… Ed è probabilmente questa la chiave attraverso cui leggere l’intera opera.
La sofferenza rimane. Le responsabilità non vengono cancellate. Il passato non viene riscritto. Cambia però il rapporto con quel passato. La bambina che per anni ha cercato qualcuno disposto a proteggerla incontra finalmente la donna che può prenderla per mano. Nella nota introduttiva l’autrice lo dice esplicitamente: oggi quella bambina la tiene per mano, la rincuora e la protegge quando ne sente il bisogno. È forse l’immagine che meglio racchiude L’Affetto Collaterale.
Perché questo libro non racconta semplicemente come si sopravvive alla violenza, alla marginalità o alla solitudine. Racconta qualcosa di più sottile: quanto tempo possa essere necessario per comprendere che sopravvivere non significa ancora essere liberi. Per esserlo bisogna riconoscere ciò che è accaduto, smettere di nasconderlo e, soprattutto, smettere di guardare sé stessi attraverso le ferite ricevute. Il manoscritto nasce durante la pandemia, in un momento che l’autrice descrive come di profonda frustrazione emotiva. È allora che comincia a fare i conti con la bambina che era stata. La scrittura diventa progressivamente un modo per ascoltare il dolore anziché continuare a respingerlo.
Da esperienza individuale, però, la narrazione prova ad allargare lo sguardo.
La testimonianza viene idealmente consegnata ai bambini che ancora oggi tremano dietro una finestra, alle donne divorate dalla paura e dalla vergogna e persino agli uomini che potrebbero riconoscere, tra quelle pagine, comportamenti capaci di provocare sofferenza.
È questo passaggio a trasformare un’autobiografia privata in una storia dal significato collettivo.
Perché cambiano i nomi, le case, i quartieri e le epoche, ma alcune domande restano terribilmente simili: quanto delle nostre relazioni adulte nasce dalle ferite dell’infanzia? Quanto siamo disposti a sopportare pur di non perdere qualcuno? E soprattutto, quando un affetto smette di essere amore e comincia a diventare una prigione?
L’Affetto Collaterale non pretende di offrire risposte universali.
Fa qualcosa di più semplice e forse più difficile: espone una storia.
La mette davanti al lettore senza nasconderne le parti scomode.
E alla fine resta soprattutto l’immagine di quella bambina che per anni ha cercato di rendersi invisibile mentre intorno a lei il mondo faceva troppo rumore. Oggi quella bambina ha trovato una voce. Ed è proprio attraverso quella voce che prova, finalmente, a diventare libera.