Fiumi di droga e spaccio. A Caivano, all’alba del 26 maggio, la Squadra Mobile di Napoli,  con il supporto del Commissariato di Afragola, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della DDA. Il provvedimento ha colpito 12 persone, delle quali 10 sono finite in carcere e 2 agli arresti domiciliari. Tra i reati contestati: associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti; detenzione e spaccio di droga; estorsione e tentata estorsione; porto abusivo di arma con matricola abrasa; esplosione di colpi d’arma da fuoco in luoghi pubblici aggravante del metodo mafioso. Secondo quanto raccolto dalle indagini, a Caivano operava una struttura criminale stabile e organizzata che avrebbe gestito una fitta rete di spaccio di diverse sostanze stupefacenti sul territorio. Le indagini avrebbero documentato numerosi episodi di cessione di droga e una precisa distribuzione dei ruoli all’interno dell’organizzazione. Il gruppo è inserito nell’orbita del clan Di Micco, realtà criminale già nota agli investigatori nell’area nord di Napoli.

Periodo da ottobre 2023 a maggio 2024

Il clan operava già da tempo, le indagini fanno riferimento al periodo di ottobre 2023 a maggio 2024

Tra gli indagati: Lucio Cozzuto, nato il 20/05/1973 a Napoli, residente a Santa Maria Capua Vetere, domiciliato a Caivano; D’Angelo Teresa, nata a Caserta il 04.05.1984, residente a Caivano, domiciliata a Caivano; Di Micco Domenico, nato a Caserta il 13.11.1986, residente a Caivano, agli arresti domiciliari per altra causa; Fisichetti Luca, nato a Napoli il 30.01.2003, residente a Caivano, agli arresti domiciliari per altra causa a Caivano; Marsicano Giulio, nato a Frattamaggiore il 06.11.1947, residente a Sant’Arpino; Miele Daniele, nato a Caserta il 03.07.1992, residente a Caivano; Pezzella Francesco, nato ad Acerra il 24.04.1985, residente a Caivano; Piccolo Giuseppe, nato ad Acerra il 13.08.1984, residente ad Acerra, domiciliato a Caivano; Russi Salvatore, detto “Gargamella”, nato a Caserta il 14.04.1976, detenuto per altra causa presso la Casa circondariale di San Gimignano; Squaglione Carmine Junior, nato a Caserta il 01.10.2001, residente a Caivano; Tedesco Antonio, nato ad Acerra il 20.04.1961, residente ad Acerra; Vivace Giusi, nata a Caserta il 21.05.1996, residente a Caivano.

Le estorsioni sugli appalti

Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il tentativo di estorsione ai danni di un imprenditore edile che aveva ottenuto un appalto pubblico con il Comune di Acerra. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe cercato di imporre il proprio controllo anche sugli affari collegati ai lavori pubblici. Le estorsione gestite in modo anomalo, rispetto ai soliti canoni, hanno richiamato l’attenzione di squadre avverse.

Chi si rifiutava di “rispettare il calendario” sborsando le rate dell’estorsione, dove solitamente il totale si aggirava intorno ai 25mila euro, ma il costo dipendeva dall’attività dell’azienda, subiva intimidazioni ed aggressioni.

Dalle indagini emerge che fu richiesto ad un malcapitato di pagare tale cifra suddivisa in 1000 Euro a settimana, e che dopo diversi tentativi di rifiuto, l’uomo fu condotto in auto con la forza e aggredito ferocemente.

Le “stese” e il controllo del territorio

Le indagini hanno inoltre ricostruito episodi intimidatori caratterizzati dall’esplosione di colpi d’arma da fuoco in strada, finalizzati – secondo la DDA – a diffondere paura tra la popolazione e rafforzare il controllo criminale sul territorio. Proprio questo elemento ha portato alla contestazione dell’aggravante mafiosa. In particolare, due stese ebbero luogo a settembre, in occasione della visita della Premier Giorgia Meloni, a seguito di un mega blitz messo in atto dello Stato. Diciannove colpi in aria, in viale Tulipano, a pochi passi dall’associazione “Un’Infanzia da vivere”, segno della volontà del gruppo criminale di affermare il potere e spartirsi il territorio. La domenica sera in via Settembrini, a ridosso di via Pio IX, dove abitava un membro del clan, poi il giorno dopo un altro colpo, sparato a mezzogiorno, in una zona altamente trafficata a ridosso del mercato comunale di Caivano.

Successivamente fu emanato il Decreto Caivano (Legge 159/2023) che ha introdotto il reato di “Pubblica intimidazione con uso di armi” (art. 421-bis del Codice Penale), specificamente per punire il fenomeno delle “stese” e i raid intimidatori nei quartieri.

Il collaboratore di Giustizia, Giovanni Barra

Molti dettagli sono emersi dalle dichiarazioni del collaboratore di Giustizia, Giovanni Barra, il quale, secondo la procura, avrebbe dichiarato ai magistrati di aver messo a punto un vero sistema per schiacciare i vecchi leader ed ottenere il controllo pieno delle piazze di spaccio, e soprattutto il suo intento era quello di ledere le azioni del boss Domenico Di Micco ed il rifornitore Lello Zambella, senza chiedere ovviamente il permesso.

Via Uguanda è il quartier generale della droga, un “isolato trasformato in una fortezza”, caratterizzata da sistemi di sorveglianza avanzati e una preparazione militare che si univa a una strategia commerciale spietata, non a caso gli spacciatori di quella zona erano considerati i “grossiti” con roba buona, a prezzi davvero competitivi, e questo permetteva di schiacciare la concorrenza facendo si che il gruppo potesse imporsi nella gestione della distribuzione degli stupefacenti.

Barra ha affermato che l’attacco a Di Micco rappresentava una mossa strategica diretta a minare la stabilità del rifornimento di Zambella, il quale era considerato un attore chiave nella rete di approvvigionamento.

Le successive perquisizioni, condotte dalla Squadra Mobile e dalla Guardia di Finanza, hanno rivelato il sequestro di ingenti somme di denaro: centinaia di migliaia di euro rinvenuti in nascondigli strategici, evidenziando una organizzazione cautamente strutturata. Oltre al contante, sono stati sequestrati numerosi orologi di lusso. Secondo gli inquirenti, questi beni non solo servono a ripulire il denaro sporco, ma assumono un valore simbolico di affermazione del potere.

Cosa accadeva nel laboratorio della droga

Tra i vari dettagli legati al laboratorio, e dunque al taglio e al confezionamento della droga, in particolare cocaina e crack, emerge anche lo stile di vita dei pusher. Tutto era meticolosamente sotto osservazione.

Le intercettazioni raccolte dagli investigatori restituiscono uno spaccato inquietante dell’organizzazione. Tra gli elementi emersi vi è anche l’utilizzo di una mansarda trasformata in base operativa per il confezionamento e la vendita delle sostanze stupefacenti.

Secondo gli atti, i pusher avrebbero lavorato seguendo veri e propri turni e non sarebbero mancati episodi di “prigionia forzata” all’interno dell’appartamento. A confermarlo sarebbe una conversazione intercettata il 18 gennaio 2024. In quell’occasione due spacciatori avrebbero contattato Giuseppe Piccolo per recuperare le chiavi dell’immobile. Dalle parole captate dagli investigatori emergerebbe che anche lui, in precedenza, era rimasto chiuso all’interno della mansarda: «Devono chiedere a Lucio, le ho date a Lucio perché rimase dentro».

Un’altra intercettazione, datata 29 ottobre 2023, documenterebbe invece i preparativi per l’apertura quotidiana della piazza di spaccio. Domenico Di Micco avrebbe detto alla compagna Teresa D’Angelo: «Diglielo a questa, incomincia a farli salire, digli di mettere pure le telecamere live e diglielo 10 minuti, alla gente», facendo riferimento all’avvio delle attività e al sistema di videosorveglianza utilizzato per controllare l’area.

A confermare il funzionamento della presunta centrale della droga sono anche le testimonianze raccolte dagli inquirenti tra gli acquirenti. Uno di loro ha raccontato di essere stato accompagnato all’interno dell’edificio dopo l’apertura del portone controllato da telecamere di sicurezza. «Mi hanno fatto salire al secondo piano dove c’erano due ragazzi di circa 20-25 anni che, in un appartamento quasi vuoto, confezionavano la sostanza richiesta sul tavolo della cucina», ha dichiarato agli investigatori.

 

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